Forma
e Menzogna
La forma è la maschera, l'aspetto
esteriore che l'individuo-persona assume
all'interno dell'organizzazione sociale per propria
volontà (come Enrico IV nell'epilogo del dramma)
o perché gli altri così lo vedono e lo giudicano:
è nella forma che l'individuo-persona
diventa personaggio.
La forma è determinata dalle convenzioni
sociali, dalla ipocrisia, che è alla base dei
rapporti umani, regolati più dall'egoistica valutazione
di vantaggi e svantaggi o da meschine preoccupazioni
per i propri interessi, che da un vero attaccamento
ai grandi valore. L'illusione nella quale vivono
i personaggi viene scoperta e messa a nudo attraverso
una riflessione che scompone ogni cosa
fin nei suoi aspetti più nascosti e che i personaggi
stessi non oserebbero confessare.
Più rigida è la forma-maschera, più l'uomo
si allontana dalla verità, dalla realtà, dalla
normalità. Esiste una forma, nella tematica
pirandelliana, che
a)
- l'individuo-personaggio dà a se stesso;
b) - gli altri danno all'individuo-personaggio;
c) - l'individuo-personaggio crede
che gli altri gli diano;
d) - gli altri danno all'individuo-personaggio
e) - ciascuno individuo e ciascun personaggio
crede di darsi nei rapporti con gli altri.
È
questo il ragionamento di Moscarda in Uno nessuno
centomila:
In
astratto non si è. Bisogna che s'intrappoli
l'essere in una forma, e per alcun tempo si
finisca in essa, qua o là, così o così. E ogni
cosa, finché dura, porta con sé la pena della
sua forma, la pena d'essere così, e di non poter
più essere altrimenti...
E come le forme gli atti.
Quando un atto è compiuto, è quello; non si
cangia più. Quando uno, comunque, abbia agito,
anche senza che poi si senta e si ritrovi negli
atti compiuti, ciò che ha fatto resta: come
una prigione per lui. Se avete preso moglie,
o anche materialmente, se avete rubato e siete
stato scoperto; se avete ucciso, come spire
e tentacoli vi avviluppano le conseguenze delle
vostre azioni; e vi grava sopra, attorno, come
un'aria densa, irrespirabile, la responsabilità
che per quelle azioni e le conseguenze di esse,
non volute o non previste, vi siete assunta.
Quando il personaggio scopre di essere
calato in una forma determinata da un atto
accaduto una sola volta e di essere riconosciuto
attraverso quell'atto e identificato in esso,
come può essere identificato in centomila altri
atti diversi ma tutti ugualmente soffocanti, cade
in una condizione angosciosa senza fine, perché
si rende conto che
¨
- la realtà di un momento è destinata a
cambiare nel momento successivo,
¨ -
la realtà è un'illusione perché non si
identifica in nessuna delle forme che gli altri
gli hanno dato.
Accanto alle centomila forme, che cambiano
in continuazione, a seconda delle circostanze
nelle quali agisce, esiste una forma che
incatena il personaggio per tutta la vita determinandone
gli atti: una forma che non cambia mai
se non quando scompare il personaggio stesso.
È quanto accade, ad esempio, nella novella La
carriola al personaggio principale, del quale
l'autore non ci dice nemmeno il nome, perché potrebbe
essere chiunque, caratterizzato soltanto dai suoi
titoli onorifici, scientifici e professionali.
Un giorno, mentre torna a casa in treno, stanco
e un po' annoiato, si appisola e comincia a sentire
piano piano che gli è estraneo tutto ciò che fino
a quel momento ha vissuto, tutto ciò che ha creato
e gli altri hanno creato per lui sulla base delle
convenzioni che legano i rapporti sociali.
Scopre all'improvviso di non aver mai vissuto
per sé e di non poter riconoscere come sua quella
vita; il suo spirito non si ritrova più in colui
che tutti ricercano, rispettano, ammirano, "di
cui tutti volevan l'opera, il consiglio, l'assistenza,
senza mai dargli un momento di requie". Scopre,
insomma, la forma, quel modo di vivere
che si era trascinato dietro fino a quel momento
senza saperlo, subendolo come una cosa morta.
Perché ogni cosa è una morte.
Pochissimi lo sanno; i più, quasi tutti lottano,
s'affaticano per farsi, come dicono, uno stato,
per raggiungere una forma; raggiuntala
credono d'aver conquistato la loro vita, e cominciato
invece a morire. Non lo sanno, perché non si
vedono; perché non riescono a staccarsi più
da quella forma moribonda che hanno raggiunta;
non si conoscono per morti e credono d'essere
vivi. Solo si conosce chi riesca a veder la
forma che si è data o che gli altri gli hanno
data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui
ciascuno è nato. Ma se possiamo vederla, questa
forma, è segno che la nostra vita non
è più in essa... Possiamo dunque vedere e conoscere
soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi
è morire.
Quando si "conosce", il personaggio
si sente soffocato e schiacciato dalla forma,
da questo modo di essere che noi chiamiamo vita
e che, invece, rappresenta per lui la morte.
Importante quanto la forma
abbiamo la bugia che nell’opera
di Pirandello diventa uno strumento di
difesa, l’arma con cui il personaggio
può difendersi dal mondo circostante, con
cui può mascherarsi, con
cui può dissimulare la realtà e
celare il suo vero aspetto.
Per analizzare la bugia rifacciamoci
al contenuto dell’Enrico
IV
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