Enrico
IV
Tipi di Bugia
nell'opera
L’Enrico
IV è la recita di una recita.
Finzione di una finzione, forse per questo appare
così autentica.
Enrico, il personaggio della tragedia,
mette in scena sul palco il perpetuarsi di una
situazione storica imbarazzante:
l’umiliazione del ventiseienne imperatore
di Baviera, costretto a un’estenuante attesa,
nell’inverno del 1077, fuori dalle mura
di Canossa, mentre Matilde di Toscana, nel ruolo
inevitabilmente ambiguo del negoziatore, si adopera
presso il Papa Gregorio VII, per ricucire lo strappo
fra Chiesa e Impero.
|
Dipinto di Pietro Aldi.
L'imperatore Enrico IV
(1050-1106) è inginocchiato ai
piedi del papa Gregorio VII
per chiedergli la revoca della scomunica.
Assistono al pentimento la contessa Matilde
di Toscana (col diadema) e l'abate
benedettino Ugo di Cluny
alla sua destra.
|
Questo dramma, che nella realtà
storica si consumò in due
giorni, nella tragedia pirandelliana
dura vent’anni.
Potenza della nevrosi.
«Circa vent’anni
addietro, alcuni giovani signori e signore dell’aristocrazia
pensarono di fare per loro diletto, in tempo di
carnevale, una “cavalcata in costume”
in una villa patrizia: ciascuno di quei signori
s’era scelto un personaggio storico, re
o principe, da figurare con la sua dama accanto,
regina o principessa, sul cavallo bardato secondo
i costumi dell’epoca. Uno di questi signori
s’era scelto il personaggio di Enrico IV;
e per rappresentarlo il meglio possibile, s’era
dato la pena e il tormento d’un studio intensissimo,
minuzioso e preciso, che lo aveva per circa un
mese ossessionato».
Con queste parole Luigi Pirandello, in una lettera
del 1921, presentava l’antefatto della nuova
tragedia che stava scrivendo al grande Ruggero
Ruggeri, l’interprete che desiderava,
e che ottenne, nel ruolo principale.
Nel corso della cavalcata Enrico, che monta accanto
alla bella ma frivola Matilde, di cui è
innamorato, cade da cavallo, rimanendo intrappolato
nel personaggio che sta impersonando.
Rinchiuso in un esilio dorato dalla sorella, insieme
a quattro servitori che si prestano al giuoco
nel ruolo di consiglieri segreti, l’uomo
porta avanti la bizzarra rappresentazione che,
con il tempo, assume i tratti di una normale quotidianità.
|
| Miniatura
medievale che rappresenta Matilde
di Canossa sul trono, Ugo
di Cluny con il pastorale e Enrico
IV supplice ai loro piedi. |
Passano vent’anni e la sorella di Enrico,
che non si è mai capacitata della pazzia
del fratello, sul letto di morte richiede che
gli amici rappresentino ancora una volta la scena,
per mettere il malato, con uno stratagemma, di
fronte al tempo trascorso e strapparlo
infine alla follia.
Questo è il piano che i cinque personaggi
hanno in mente quando si portano alla villa dove
è rinchiuso Enrico: Matilde, ormai donna
matura; sua figlia Frida, immagine vivente della
Matilde di un tempo, Carlo Di Nolli, figlio della
sorella di Enrico e fidanzato di Frida; Tito Belcredi,
allora rivale di Enrico e oggi amante di Matilde;
l'ultimo è il medico «alienista»,
a cui spetta la paternità "scientifica"
dell'operazione.
Nel primo atto, al cospetto di Enrico, Matilde,
Belcredi e il medico, travestiti in abiti storici,
subiscono la conversazione di Enrico che, pur
discorrendo di vicende riguardanti un ambito di
850 anni addietro, li confonde con l’attualità
ambigua delle sue affermazioni.
|
|
Enrico
IV |
Glauco
Mauri
Enrico IV |
Una parte del secondo atto è passata così
dal gruppo a interpretare e cercare contraddizioni
e conferme nelle tranquille parole del malato.
Ma il fuoco cova sotto la cenere. Congedati temporaneamente
i suoi ospiti, il furore di Enrico espode: «Buffoni!
Buffoni! Buffoni!». Il principe svela ai
servitori allibiti la verità. «Non
capisci? non vedi come li paro, come li concio,
come me li faccio comparire davanti? Buffoni spaventati».
E con la verità, affiora
la sua stramba filosofia:
«Dovevate sapervelo fare da voi l’inganno;
non per rappresentarlo davanti a me, davanti a
chi viene qua in visita di tanto in tanto; ma
così, per come siete naturalmente, tutti
i giorni, davanti a nessuno, [...] Per quanto
orrendi i miei casi, e orrendi i fatti; aspre
le lotte, dolorose le vicende: già storia,
non cangiano più, non possono più
cangiare, capite? Fissati per sempre: [...] il
piacere, il piacere della storia, insomma, che
è così grande!».

Nel terzo atto, la
resa dei conti.
La grandezza di Pirandello è anche quella
di aver messo in scena l’alienazione
in un tempo in cui (1922) la
psicanalisi è ancora scienza
in fasce, un po' come Italo Svevo
di lì a poco farà con il suo Zeno
(1923).
Enrico è un’alienato, messo al margine
della società dei suoi simili, di cui subisce
la diversità. La sua colpa è quella
di affrontare la vita con troppa serietà
e pretendere di essere preso sul serio da chi
serio non vuole essere, come testimoniano le parole
di Matilde, che nel primo atto
afferma:
«Risi
di lui. Con rimorso, anzi con vero dispetto
contro me stessa, poi perchè vidi che il
mio riso si confondeva con quello degli altri
- sciocchi - che si facevano
beffe di lui».
L’errore è quello
di considerare la «società»
come un giuoco cooperativo volto
a edificare e a sviluppare opere e civiltà;
mentre essa è più spesso un giuoco
antagonista, in cui i mediocri,
che sono i più, alleano le loro
insufficienti forze per ostacolare chi, considerato
capace, è specchio della loro mediocrità.
«Conviene
a tutti far credere pazzi certuni, per avere la
scusa di tenerli chiusi. Sai perché? Perché
non si resiste a sentirli parlare».
La tragedia pirandelliana è stata presa
a simbolo della campagna che
ha portato, in Italia, alla controversa
legge 180 detta «Basaglia»,
dallo psichiatra che la patrocinò, alla
chiusura dei manicomi e alla
reintegrazione forzata dei malati psichici
nella società.
Al contrario, la riforma ebbe nello scrittore
e psichiatra Mario Tobino
un deciso oppositore, come velatamente traspare
anche dalle pagine del suo "Per
le antiche scale".
Il personaggio di Enrico è
stato visto per lo più come un personaggio
positivo, che scieglie di autoemarginarsi,
piuttosto che integrarsi in una società
conformista; ma non mancano i critici
che vedono in Enrico «la dimensione di rinuncia,
di autorepressione, di rifiuto della vita e del
sesso, in una parola di pulsione di morte».
Il curatore dell’edizione Mondadori del
1993, Roberto Alonge, sembra pensarla così,
quando cita: «Enrico
è “impazzito” non per aver
perduto la donna, ma per non dover affrontare
il rischio di conquistarla e di averla»
(Gioanola).
L’amore di Enrico per Matilde
è strumentale.
Egli vede il matrimonio come il passaporto,
se non per la normalità, almeno
per la conformità.
Matilde però esita, non perchè non
lo ricambi o non lo stimi, ma perchè non
è disposta ad affrontare il rischio di
avvallare le «qualità»
di lui contro tutti gli altri, che lo
chiamavano pazzo anche prima
che lo fosse, contro Belcredi, che punse
il suo cavallo per farlo imbizzarrire e che nel
finale catartico viene punto a sua volta, trafitto
(il grido finale di Matilde non lascia adito a
dubbi) senza speranza, lui «spadaccino
temutissimo», dalla spada acuta e vendicativa
della follia, nella quale Enrico
si rifugia definitivamente.
Tipi
di Bugia in Enrico IV
Soffermiamoci
sulle molteplici tipologie di menzogna contenute
in questo testo.
Per prima cosa, assistiamo ad una doppia
alterazione della verità:
inizialmente da parte degli amici e dei parenti
di Enrico, che preparano messinscene per agevolare
il “sereno corso” della sua
pazzia, e in secondo luogo da parte di
Enrico stesso, che una volta guarito continua
per dodici anni a fingersi
pazzo per raggirare a sua volta chi l’aveva
abbandonato.
Potremmo dire che in questa particolare circostanza
la menzogna non sia più un'alterazione:
Enrico mente per contrario,
approfittando dei mascheramenti e delle trasformazioni
della realtà, spacciandosi per malato.
E ancora: nel corso d’un incontro con il
vecchio servitore Giovanni, dopo essersi già
svelato ai quattro finti consiglieri, Enrico
nasconde la sua guarigione per l’ennesima
volta, per gentilezza nei confronti
del fedele cameriere.
In questo caso, considerando l’appena avvenuta
rivelazione, potremmo forse parlare di dissimulazione:
la verità viene nascosta, ad un solo
individuo, senza che al mentitore possa venirne
un vantaggio o un qualsiasi utile.
|